Posts tagged ‘Google’

giugno 27, 2018

“Google Wifi in Italia, ora disponibile la rete senza fili a copertura totale”

Lanciato in USA già nel 2016 ora finalmente è disponibile Google Wifi in Italia. La base del sistema è il punto di accesso venduto singolarmente per coprire aree fino a 85 metri quadrati: è proposto anche in coppia oppure in pacchetto di tre elementi per creare reti senza fili rispettivamente su aree di 85-175 metri quadrati oppure fino a 255 metri quadrati.

Invece del singolo router impiegato nella maggior parte dei casi, i punti di accesso Google sono progettati per collegarsi tra loro creando una rete mesh, in questo modo vengono cancellati gli angoli morti dove il segnale è debole e le prestazioni diminuiscono.
Google Wifi in Italia, ora disponibile la rete senza fili mesh a copertura totale

Facile da installare e configurare è dotato di funzionalità smart: oltre al controllo remoto tramite app Google Wifi disponibile per iOS e Android, il sistema sceglie in automatico il canale wireless meno congestionato. Grazie alla sicurezza basata sul cloud tutti i router sono costantemente aggiornati in automatico.Google Wifi è dual band AC1200 con velocità fino a 1,2 Gbps e assicura il massimo delle prestazioni per ogni dispositivo collegato alla rete Wi-Fi. Tramite app è possibile gestire tutti i parametri di rete, eseguire test di velocità, risolvere problemi, impostare una rete guest, limitare le ore di utilizzo e gli orari per i bambini e altro ancora.
Google Wifi in Italia, ora disponibile la rete senza fili mesh a copertura totaleLa scorsa settimana è stato lanciato anche in Spagna e Austria: ora con l’arrivo anche dell’Italia, Portogallo, Filippine il sistema wireless di Big G è disponibile complessivamente in 21 nazioni.

Ricordiamo che per funzionare deve essere collegato a un modem. Nel negozio online di Google Google Wifi in Italia può essere acquistato singolarmente a 139 euro, oppure in confezione da 3 a 359 euro. Agli stessi prezzi è disponibile anche su Amazon. Nel momento in cui scriviamo non risulta disponibile la confezione da due router, ma è naturalmente possibile scegliere in router singolo e acquistarne due unità.

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maggio 8, 2018

“Grazie a Google è possibile registrare domini .app”

Tre anni addietro Google ha pagato 25 milioni di dollari, per ottenere il dominio, o meglio il TLD, .app, la cifra più alta mai pagata per la liberalizzazione di un dominio di primo livello. Negli scorsi giorni il gruppo di Mountain View ha proposto agli sviluppatori la registrazione di domini di secondo livello, grazie a un Early Access Program operativo fino all’8 maggio, data dopo la quale chiunque potrà chiedere e ottenere un dominio di questo tipo. Google avrà il ruolo di “registro” internazionale, mentre aziende e privati potranno rivolgersi alle varie aziende che si occupano della registrazione di nomi di dominio (registrar).

Sul sito “get.app”, Google indica “yourname.app”, “youridea.app” e “yourbusiness.app” come esempi di nomi che è possibile registrare, spiegando che .app è un dominio più sicuro per le app. “Dai giochi, alle news, alle app dedicate al mondo della scuola, .app è il rifugio perfetto per la vostra app”.L’unico obbligo imposto da Google ai webmaster è l’utilizzo di HTTPS, protocollo per la comunicazione sicuro che è ormai un requisito globale e che garantisce l’autenticazione del sito web visitato, funzionalità di protezione per la privacy e integrità dei dati scambiati tra le parti comunicanti.

Regsitrazione domini .app

I prezzi per la registrazione dei domini .app sono in linea con quelli tipici per i domini di primo livello più noti: si parte da circa 20 dollari l’anno. Sul sito dedicato ai domini .app, da poco inaugurato da Google, sono indicati tutti i vantaggi del nuovo TLD, è possibile verificare direttamente la disponibilità dei vari nomi a dominio e conoscere i provider ai quali è possibile rivolgersi per procedere alla registrazione.

Tra i provider citati c’è anche Google Domains, utilizzabile da qualche tempo anche nel nostro Paese per registrare e gestire domini con le estensioni “classiche” e le nuove estensioni gTLD (.click, .cash, .bike, .bio e molte altre ancora). Tra le nuove estensioni in arrivo anche “.dev”.

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marzo 13, 2018

“Google lavora a un servizio di videogiochi in streaming”

Secondo quanto riportato da The Information, Google sta lavorando allo sviluppo di un servizio di streaming di videogiochi che consenta di trasmettere il software a un dispositivo Chromecast compatibile o a una futura console domestica. Il nome in codice del servizio è al momento “Yeti” e sarebbe paragonabile a servizi di game streaming come PlayStation Now di Sony e GeForce Now di Nvidia.

Ciò significa che gli utenti non scaricheranno il software per conservarlo sul proprio dispositivo, ma eseguiranno lo streaming del gioco da un server di Google. Questo servizio non deve essere confuso con le offerte di abbonamento gaming esistenti come Microsoft Xbox Game Pass, che consentono agli utenti di scaricare giochi illimitati da un pool di titoli preselezionati con un abbonamento mensile.

Non è chiaro se Google si concentrerà esclusivamente sullo streaming di giochi Android sulla tv dei consumatori, visto che giocare con i giochi Android su un grande schermo è già relativamente facile con la tecnologia di mirroring esistente.

Il Chromecast di Google può anche riprodurre nativamente alcuni giochi direttamente dal dispositivo mobile; quindi, invece di un servizio focalizzato su Android, “Yeti” potrebbe essere una piattaforma dedicata a una fetta più ristretta di videogiocatori, in cerca di una soluzione di streaming di videogiochi a basso costo per giocare sul televisore.

In precedenza Google ha già sperimentato diversi tentativi per competere con Microsoft, Sony e Nintendo, ma finora con scarsi risultati; gli alti dirigenti di Mountain View non hanno però mai dato ai progetti di gaming le risorse e l’attenzione necessarie per crescere significativamente, portando a idee disorganizzate e mal realizzate. Vedremo se anche questo progetto si concluderà con un nulla (o poco) di fatto.

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febbraio 20, 2018

“Google vuole un WordPress più veloce”

Google assume ingegneri esperti di WordPress, la piattaforma open source (a pagamento c’è la parte di hosting) più diffusa al mondo che permette di realizzare blog, ma anche sistemi di informazione complessi come giornali e riviste visitate ogni giorno da milioni di utenti.

WordPress è diventato lo standard di fatto per la gestione dei contenuti, la piattaforma utilizza un CMS (content management system) che è diventato materia obbligatoria per chiunque voglia studiare come si lavora nel mondo dei social, mentre plugin speciali e temi su misura sono un segmento di economia della rete sempre più importante. E Google ha deciso, pur possedendo una sua piattaforma di blogging (Blogger, fondata nel 1999 da Pyra Labs e acquistata da Google nel 2003), che bisogna invece investire su WordPress. E lo sta facendo come suo stile in maniera massiccia.

google wordpress

Non è una novità a pensarci, perché la casa di Mountain View ha sempre investito per cercare di dare forma alla rete del futuro, controllando lo sviluppo “open” con una intelligente politica di partecipazione alle cause dell’Open Source. Scelta strategica visto che il valore di Google non sta nel codice che scrive (e che quindi può essere open almeno nei suoi stack più profondi) ma nelle informazioni che raccoglie.

Adesso è WordPress, che ha circa il 59% del mercato blog (il 29% di tutti i siti web al mondo) e “contiene” circa un terzo dei contenuti della rete (incluse queste pagine che state leggendo). Google che di recente ha fatto partire la sua politica “mobile first” per dare più risalto ai siti che abbiano una versione mobile o un design responsive e la sua iniziativa per avere siti più “veloci” nella risposta, sta investendo nel lavoro sul codice sorgente di WordPress al fine di renderlo più veloce e più responsive e, ovviamente, anche più adatto per quanto riguarda il capitolo degli AMP, la parte degli “Accelerated Mobile Pages” che fa da contraltare alle “Instant Articles” di Facebook.

Il mondo Open Source sino a questo momento è stato per così dire molto timido nell’accogliere le AMP (come gli instant articles) che vengono visti dai giornali come una possibile via per migliorare la visibilità degli articoli (raggiunti dalle ricerche e dalle condivisioni social più che dai vecchi portali di una volta) ma Google spera di riuscire ad aumentare la presenza delle sue soluzioni tecnologiche il prima possibile.

google wordpress - foto Google accelera
La prima mossa di Google è stata partecipare a WordCampUS, la convention di sviluppatori e utilizzatori di WordPress che si tiene ogni anno negli Stati Uniti. A dicembre gli ingegneri di Google hanno iniziato a ingaggiare la comunità degli sviluppatori e a cercare di spiegare i possibili modi per migliorare la performance delle pagine WP in rete, offrendo velocità ma anche complessità, “peso” e script come chiavi di lettura della percezione dei siti web da parte degli utenti.

La mossa di Google è gentile-aggressiva e si può mettere in relazione anche alla iniziativa che vede l’azienda di Mountain View al lavoro per il filtro che limita tracker e pubblicità: da un lato vuole superare quelli delle terze parti nel suo browser Chrome, dall’altro vuole implementare il suo meccanismo di limitazione dei tracker (soprattutto quelli non suoi) in maniera tale da dare una forma al web più a sua immagine e somiglianza.

Tra le due lame di questa forbice si capisce che il futuro immaginato da Google è quello di dare forma a una piattaforma universale di blogging veloce, responsive, indicizzata, AMP, con i plugin giusti e soprattutto con le “furbizie” di generazione e caricamento delle pagine dinamiche compatibili con il browser di Mountain View. Resta da vedere la risposta di WP e della sua comunità.

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gennaio 22, 2018

“Chromecast e Google Home inchiodano le reti Wi-Fi: patch rilasciate”

I dispositivi Chromecast e Home di Google possono creare problemi ad alcune reti Wi-Fi, al punto da mandare in crash alcuni router e access point Wi-Fi. L’inconveniente è stato riscontrato da alcuni utenti con la chiavetta Chromecast ma anche con lo smart speaker Google Home (il primo modello del 2016).

Tra i router che hanno problemi di compatibilità con questi dispositivi, ci sono modelli di produttori quali Asus, Netgear, TP-Link, Synology e Linksys. In alcuni casi è sufficiente riavviare il dispositivo in altri casi è necessario spegnerli, attendere qualche minuto e poi riaccenderli; purtroppo in entrambi i casi il problema si ripresenta.

Appleinsider riferisce che il problema si presenta anche con le AirPort Extreme di Apple anche se in questo caso non si verifica un crash ma un rallentamento generale della rete. Un ingegnere di Tp-Link ha spiegato che il problema ha a che fare con la funzionalità MDNS multicast, un metodo di inoltro del traffico IP a un gruppo di ricevitori con un singolo flusso, meccanismo utilizzato per applicazioni video e che sfrutta alcuni indirizzi IP riservati.

Il problema è provocato da qualche bug nelle recenti versioni di Android Oreo e app Google, in particolare la funzione Cast che consente di inviare flussi dati in streaming mantenendo la connessione con dispositivi come appunto Chromecast o Google Home con intervalli di circa venti secondi, mentre il dispositivo “risvegliato” dallo sleep trasmette una quantità di dati superiore, a una velocità maggiore. Più il dispositivo è rimasto in stand-by, più grandi sono i pacchetti dati trasmessi. I pacchetti in questione, rendono in pratica i router incapaci di supportare i dati da gestire, provocando blocchi e la disconnessione.

TP-Link e Netgear hanno già rilasciato degli update per i loro router con i quali è possibile correggere il problema; di Google ha rilasciato un aggiornamento che è ha cominciato a distribuire tramite gli aggiornamenti dei Google Play services.

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gennaio 5, 2018

“Google testa Fuchsia su Pixelbook”

Google Fuchsia è stato testato su Pixelbook. Sebbene non siano ancora chiari i progetti di Big G per il nuovo sistema operativo, secondo AndroidPolice la società di MountainView lo avrebbe testato sulla propria linea di portatili, come dimostrerebbe tra l’altro la guida all’installazione avvistata su GitHub.

Fuchsia, lo ricordiamo, è il nome in codice di un nuovo sistema operativo che, secondo quanto ipotizzato nel corso degli anni dal primo avvistamento, dovrebbe rappresentare una sorta di sistema ibrido per computer e dispositivi mobili capace di combinare funzionalità desktop e mobile in un’unica piattaforma, consentendo così agli utenti di passare da un dispositivo all’altro con maggiore facilità.

Fuchsia Pixelbook

Attualmente Google ha due sistemi operativi: Android per il mondo mobile e Chrome OS per quello desktop. Quest’ultimo può già avviare applicazioni Android, perciò Fuchsia potrebbe essere semplicemente una sua evoluzione. Per il momento si sa ancora molto poco, ma considerando che entro la fine dell’anno è previsto l’evento Google I/O 2018, è molto probabile che per quei giorni la società potrebbe essere finalmente pronta per un annuncio ufficiale.

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ottobre 11, 2017

“Per Pixel 2 Google garantisce supporto software per tre anni”

Google ha annunciato che i nuovi Pixel 2 e Pixel 2 XL potranno godere di tre anni di supporto software da parte dell’azienda. Uno dei motivi per cui buona parte degli utenti Android resta fedele ai Pixel di Google è legato al fatto che i dispositivi di Mountain View, come fu in passato per i Nexus, sono i primi a ricevere gli aggiornamenti per la versione più recente di Android. Basti osservare i recenti numeri sulla diffusione delle versioni del sistema operativo di Google: l’ultimo OS, Android Oreo, conta solo un misero 0,2% della base di installazione, proprio perché è disponibile solo su una manciata di dispositivi al di fuori della linea Nexus e Pixel. Google aveva promesso due anni di supporto software in occasione dell’uscita lo scorso anno della prima generazione di Google Pixel; quest’anno ha deciso di prolungare questa offerta garantendo supporto per un totale di tre anni per i nuovi Pixel 2. Sia le versioni statunitensi che quelle internazionali, quindi anche la versione che sarà in vendita in Italia, godranno dello stesso periodo di supporto. Sarà quindi possibile installare le prossime versioni di Android, ovvero Android P, Android Q e Android R, con un supporto software che dovrebbe in sostanza spingersi fino al 2020. L’annuncio è significativo: uno dei maggiori problemi dei dispositivi Android è la rapida obsolescenza software, con terminali che nella migliore delle ipotesi vengono aggiornati una, massimo due volte, mentre buona parte dei dispositivi termina la sua “vita” tecnologica con la stessa versione di Android con la quale viene commercializzata. Questo supporto potrebbe tradursi in un vantaggio commerciale per gli smartphone di Google rispetto ai rivali.

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agosto 25, 2017

“Google lancia test online per la depressione: garantita la privacy”

Google offre un check sulla depressione. Il gigante californiano ha rivisto le modalità con cui rispondere a chi cerca informazioni sul web sulla depressione mettendo a disposizione un questionario medico in grado di ”verificare se si è clinicamente depressi”. Il servizio, nato in collaborazione con la NAMI – National Alliance on Mental Illness – offrirà agli internauti uno strumento utile per valutare autonomamente la propria salute mentale. Da tempo ormai le schede di Google Knowledge Graph offrono informazioni utili agli utenti, come le schede relative alle malattie più comuni, alla sintomatologia, alle cure, senza avere ovviamente la pretesa di sostituirsi al medico: per questo l’azienda ha creato un team che include anche uno specialista per lavorare su questo nuovo settore e fornire informazioni rapide e affidabili. Secondo i dati forniti da Google la parola depressione compare in 5% delle ricerche che hanno a che fare con la salute. Il fenomeno ha ormai raggiunto dimensioni pandemiche: in USA ad esempio il 20% della popolazione soffre di depressione ma solo il 41% di questi si rivolge ad un medico o ad un terapeuta. riferisce Google. Grazie al nuovo questionario relativo allo screening sulla depressione, il test PHQ-9, gli utenti potranno condurre un test accurato che potrà aiutarli a decidere se è il caso di rivolgersi a un medico. Secondo la Nami, gli utenti affetti da depressione si rivolgono alle strutture adeguate con 6-8 anni di ritardo rispetto alla comparsa dei primi sintomi, che possono essere identificati anche con l’ausilio del nuovo test. Per il momento il test è attivo solamente per gli utenti statunitensi e solo per la versione mobile, ma l’accesso potrebbe essere esteso ad altri Paesi nei prossimi mesi. Il management dell’azienda ha fatto sapere che i risultati dei test saranno archiviati nei server senza alcuna violazione della privacy: i dati non verranno infatti utilizzati per delle campagne pubblicitarie mirate sulle persone che si sono sottoposte al test.

Questo articolo lo trovate su sito Tgcom24

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luglio 12, 2017

“In foto il presunto Google Pixel XL 2017, un piacevole déjà vu”

Appare in rete la prima immagine esclusiva, seppur presunta, di Google Pixel XL 2017, successore dell’attuale line up degli smartphone di Mountain View, mai arrivati ufficialmente sul nostro territorio. A prima vista non sembra troppo originale, ed anzi sembra riprendere le forme di un altro dispositivo già noto. L’immagine viene pubblicata dalla redazione di AndroidPolice, che cita fonti anonime ma ritenute altamente affidabili. Il dispositivo risponderebbe al nome in codice di “Taimen”, e si tratterebbe della versione XL, quindi del dispositivo più grande in termine di dimensioni. La caratteristica principale del terminale, la si distingue chiaramente, è l’ampio display anteriore, che restituisce una sensazione di déjà vu, apparendo come un mix tra Galaxy S8 e LG G6. Proprio LG sarebbe il produttore partener nella realizzazione del dispositivo. Se il frontale richiama quello degli attuali top di gamma LG e Samsung, la parte posteriore è leggermente ricurva ai lati, con un design che spacca completamente a metà lo chassis. A livello di caratteristiche tecniche, Pixel XL 2017 presenterebbe un sensore di impronte digitali posto al di sotto del vetro posteriore. Non si comprende, invece, se la fotocamera sia completamente livellata al case posteriore, o se sporga leggermente, ma l’anello argentato intorno alla copertura dell’obiettivo suggerisce un leggerissimo rialzo. Sull’anteriore, un vistoso display di matrice LG, con tecnologia Amoled e diagonale da ben 6 pollici, con un aspect ration di 2:1. La dimensione del display, peraltro, sembrerebbe confermare alcuni rapporti apparsi in rete nei giorni scorsi. Tra gli altri dettagli, il frontale mostra l’altoparlante superiore e la camera frontale, mentre nessun dato certo è possibile cogliere dalla immagine. Nessuna informazione, invece, è trapelata sul prezzo o sulla data di lancio. Non si sa neppure se il terminale prenderà il nome di Google Pixel XL 2: si presume che il terminale possa essere “schiacciato” ai lati quando impugnato per interagire con Google Assistant, come è possibile fare con HTC U11, o in modo comunque simile. Si pensa a un lancio entro l’anno, forse in ottobre, anche per far concorrenza al prossimo iPhone 8, la cui presentazione è attesa per settembre. Inoltre, nonostante Pixel sia stato accolto positivamente da pubblico e critica, c’è chi pensa che il suo design sia invecchiato rapidamente. Se così fosse, un terminale con un ampio display siffatto, servirebbe a proiettare Google nell’era moderna degli smartphone, fatti ormai di display “infiniti”.

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luglio 11, 2017

“Usa, 2mila testate contro Google e FB: chiedono legge contro monopolio news”

Basta allo strapotere di Google e Facebook e all’utilizzo gratuito da parte loro di contenuti prodotti dalle redazioni. Questa la richiesta arrivata al Congresso Usa dalla News Media Alliance (Nma) – associazione che rappresenta oltre 2mila quotidiani negli Stati Uniti, tra cui “New York Times” e “Washington Post”. La proposta è quella di varare una legge antitrust per proteggere i giornali americani dai colossi del web. La tesi dell’associazione è che le leggi che impediscono ai media di lavorare insieme per contrattare accordi pubblicitari migliori con le piattaforme internet favoriscano i due colossi che continuano a controllare il mercato della pubblicità digitale e l’economia dell’informazione. Insieme infatti gestiscono il 60% della pubblicità digitale in America e il 50% a livello globale, mentre la pubblicità su carta è crollata di due terzi rispetto a 10 anni fa. E non è tutto: Nma sostiene che il dominio di Facebook e Google ha creato un sistema economico malato nel settore dei media e nella distribuzione di notizie, un sistema nel quale i benefici vanno tutti ai due colossi, mentre i lettori non arrivano più ad avere un collegamento diretto con i giornali. Per questo le 2mila testate avanzano richieste precise, innanzitutto quella di aumentare la distribuzione dei ricavi da pubblicità. Facebook, per esempio, ha aggiornato i termini per la spartizione degli introiti con Instant Articles, anche se per Nma non è abbastanza. Il gruppo chiede anche di creare un maggiore sostegno per un modello che preveda abbonamenti, magari con l’aiuto di Facebook e Google. Ci sono voci che Facebook stia lanciando una funzione mobile che permette di pagare gli articoli. La terza richiesta è legata a una maggiore condivisione dei dati raccolti dai due colossi con i giornali. Infine i quotidiani chiedono ai due colossi tech di dare maggiore visibilità ai marchi dei singoli giornali. Secondo una ricerca di Pew/Knight Foundation il 10% degli intervistati crede che la fonte dell’articolo sia Facebook, anche se è stato prodotto da altri. Questa azione da parte dell’Nma apre uno scenario inedito: è la prima azione concreta contro il duopolio Google-Facebook, mentre in Europa i due colossi sono già finiti nel mirino dell’autorità Ue.

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