Posts tagged ‘FaceBook’

luglio 24, 2020

“Facebook permetterà di trasformare Messenger Rooms in trasmissioni in diretta”

Facebook Messenger Rooms, le videochiamate di gruppo ora in Realtà AumentataNel corso degli ultimi mesi Facebook ha certamente premuto l’acceleratore sul versante delle comunicazioni a distanza, aggiornando tutte le proprie app con funzioni di videochiamata, aggiungendo funzionalità e caratteristiche migliorate per consentire agli utenti di interagire anche a distanza. Adesso, sta offrendo agli utenti un altro modo di vivere lo streaming: Messenger Rooms, il servizio di videoconferenza stile Zoom, supporterà presto le trasmissioni in diretta. La funzione è simile a quella offerta da altri servizi, come Google Meet, e potrebbe tornare utile quando più persone si rivolgono a Facebook per eventi virtuali. Con l’aggiornamento, il creatore della stanza avrà la possibilità di trasmettere la chiamata direttamente su una pagina, un profilo o un gruppo di Facebook, così da consentire ad amici o follower di sintonizzarsi come farebbero con qualsiasi altro streaming live. La funzione, che supporterà gruppi di un massimo di 50 partecipanti, segna una significativa espansione delle funzionalità video live multi-persona di Facebook. L’aggiornamento arriva proprio nel momento in cui Facebook ha raddoppiato le funzionalità di streaming live per combattere il lockdown derivante dalla pandemia di coronavirus. Il social network ha, inoltre, consentito agli streamer di addebitare l’accesso agli eventi dal vivo e prevede di consentire agli influencer di Instagram di vendere prodotti in streaming live. La nuova funzione per Messenger Rooms sta iniziando a essere implementata già adesso “in alcuni paesi” e si espanderà ad altre aree “presto”, secondo Facebook. La funzione di live streaming sarà disponibile inizialmente sulla versione web di Messenger Rooms, ma alla fine verrà aggiunta anche alle app mobili e desktop dell’azienda. Di seguito vi proponiamo una serie di articoli correlati all’argomento smart working e video conferenze in remoto: Come funziona Google Hangouts Meet nel dettaglio Come effettuare videochiamate di gruppo con Skype Come funzionano le chiamate e videochiamate di gruppo FaceTime Come usare gli smartphone per collegarsi ad internet con computer e tablet Tutti i link per scaricare Skype e tutte le possibilità di interagire con le varie piattaforme mobili, desktop e Alexa li trovate su questa pagina speciale di macitynet.

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luglio 14, 2020

“Su Facebook le pubblicità di false cure contro il cancro individuano benissimo i veri malati”

Coronavirus, previsti -44 miliardi di ricavi nel 2020 per Google e FacebookIl New York Times riporta le lamentale di alcuni malati di cancro che riferiscono di essere target di annunci pubblicitari di Facebook che continua a proporre loro “cure alternative”, false promesse che in tanti vedono come un affronto. Tra gli annunci del social appare di tutto, da miracolose cure e base di semini di cumino, a presunti rimedi naturali come l’argento colloidale. Altri annunci reclamizzano cliniche di lusso e terapie oncologiche non tossiche da praticare su bellissime spiagge messicane. Anne Borden King, che da anni lotta contro la disinformazione, sa riconoscere i tratti distintivi del marketing propinato dalle pseudoscienze, che propongono rimedi senza alcuna base scientifica, privi di efficacia e in molti casi anche pericolosi. La donna, consulente del gruppo di vigilanza Bad Science Watch, fa notare come Facebook l’abbia in qualche modo “identificata”, giacché vede continuamente nel suo newsfeed queste pubblicità, mai annunci seri di assistenza in campo oncologico ma sempre e comunque prodotti che hanno a che fare con le pseudo-scienza e promettono l’impossibile. Le aziende che pubblicizzano questi prodotti, spiega l’articolista, puntano sulle paure dei malati, sull’isolamento cui molti sono costretti in questo periodo, pubblicizzando inesistenti cure che mettono fine al dolore, sfruttano la loro fragilità per proporre inesistenti alternative a trattamenti che hanno spesso effetti collaterali poco piacevoli. “Alla vista del mio corpo dopo un recente intervento chirurgico, anch’io avrei dato tutto per scegliere in alternativa una di quelle spiagge messicane”, “ma sono stata altresì testimone delle loro false promesse: ho parlato con qualcuno che ha deciso di volare verso quelle spiagge solo per tornare a casa poco dopo con la consapevolezza che il suo tumore era inoperabile”. È dimostrato che il tasso di mortalità tra le persone con il cancro è molto elevato tra quelle che decidono di scegliere terapie alternative. “Facebook è onnipresente nelle nostre vite” e le persone lo sfruttano per cercare informazioni e gruppi di supporto che si occupano di salute”; il social dovrebbe avere un’etica e non proporre truffe e disinformazione. Solo da aprile di quest’anno ha eliminato la “pseudoscienza” tra le categorie utilizzabili dagli inserzionisti per scegliere il pubblico dei loro spot sul social network, categoria nella quale rientrano i profili di 78 milioni di utenti, fino a poco da utilizzabili senza problemi da chi diffonde disinformazione. Dall’inizio della pandemia da coronavirus, su Facebook è stata fatta pressione affinché venissero rimossi post con false informazioni, propinanti da siti di tutti i tipi il cui unico interesse è la monetizzazione dalle inserzioni. Per contrastare la disinformazione, il social ha fatto sapere che mostrerà un avviso quando ci si accinge a pubblicare un articolo più vecchio tre mesi, una scelta che, a loro dire, dovrebbe evitare che la notizia sia usata fuori contesto e in modo ingannevole. Facebook dovrebbe a breve mostrare un avviso anche quando si condivideranno notizie sul COVID, specificando la fonte e mostrando un link al Centro informazioni sul coronavirus creato agli inizi dell’emergenza sanitaria per fornire informazioni autorevoli. C’è tanto da fare per bloccare la disinformazione ma Facebook sembra sorda alle richieste di vari gruppi che evidenziano i tanti problemi della piattaforma. Recentemente, rispondendo alle richieste di un gruppo noto come “Stop Hate for Profit”, aziende come Starbucks, Honda, Diageo e Patagonia hanno deciso di bloccare annunci pubblicitari sul social, tentando di spingere al cambiamento il social. Per difendersi dalle accuse, Mark Zuckerberg ha pubblicato un post sul suo profilo affermando che il suo gruppo investe “miliardi di dollari ogni anno per mantenere la comunità sicura ed è costantemente al lavoro con esperti esterni per rivedere e aggiornare le policy”. Rappresentanti di Facebook hanno recentemente accettato di parlare con rappresentanti di Stop Hate for Profit ma questi ultimi hanno riferito che l’incontro non è stato altro che un mero esercizio delle pubbliche relazioni del social.

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gennaio 24, 2020

“Antitrust, procedimento contro Facebook”

L’Antitrust ha avviato un procedimento di inottemperanza nei confronti di Facebook per non aver attuato quanto prescritto dall’Autorità il 29 novembre 2018. L’Autorità aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di Facebook di omessa adeguata informativa in sede di registrazione al social network, della raccolta e dell’uso a fini commerciali dei dati. Per l’Antitrust la carenza di informazione persiste, e risulta inoltre, che Facebook non abbia pubblicato la dichiarazione rettificativa. Facebook rischia una nuova multa di un importo fino a 5 milioni di euro. In dettaglio, l’Antitrust spiega che a novembre del 2018 aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di omessa adeguata informativa agli utenti consumatori, in sede di registrazione al social network, della raccolta e dell’utilizzo a fini commerciali dei dati da essi forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, viceversa enfatizzandone la gratuità. Con la conseguenza di indurre i predetti utenti ad assumere una decisione di natura commerciale che, altrimenti, non avrebbero preso. La decisione si fondava sulla valutazione che il patrimonio informativo costituito dai dati degli utenti di Facebook, in ragione della profilazione dei medesimi ad uso commerciale e per finalità di marketing, acquista un valore economico idoneo a configurare l’esistenza di un rapporto di consumo, anche in assenza di corrispettivo monetario. Peraltro il provvedimento è stato confermato sul punto dal Tar. Oltre a sanzionare Facebook per 5 milioni di euro, l’Autorità aveva vietato l’ulteriore diffusione della pratica ingannevole e disposto che la società pubblicasse una dichiarazione rettificativa sulla homepage del sito internet aziendale per l’Italia, sull’app Facebook e sulla pagina personale di ciascun utente italiano registrato. Nonostante l’avvenuta rimozione del claim “è gratis e lo sarà per sempre” dalla home page, il problema però, secondo l’Antitrust, nella sostanza resta.

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settembre 27, 2019

“Dossier Project Voldemort, così Facebook ha copiato ShapChat”

Negli anni Facebook non è stato troppo sottile nel duplicare le funzionalità di Snapchat nel tentativo di restare al passo con le novità offerte dal concorrente. Snap non è stata di certo a guardare e continua a concentrarsi sull’aggiunta di nuove feature per la propria piattaforma. Adesso, fonti del Wall Street Journal rivelano che la società dietro Snapchat abbia documentato le presunte mosse anticoncorrenziali di Facebook in una raccolta di file soprannominata “Project Voldemort”. Il nome dato al dossier non è a caso, considerando che Snap vede in Facebook una sorta di “cattivo” antagonista del buon Harry Potter. Molte delle funzioni copiate sono piuttosto esplicite e palesi, come le Storie, mentre altre malefatte sono oggettive, come impedire agli utenti di collegarsi ai profili di Snapchat. Non è solo questo, però, quel che si leggerebbe nel dossier, dove Snap rivelerebbe anche le intenzioni di Facebook di sopprimere ed evitare sulla propria piattaforma i contenuti relativi a Snapchat. Secondo quanto riferito, i dirigenti di Snap hanno affermato che Instagram bloccava le ricerche di contenuti relativi a Snapchat, inclusi hashtag e filtri #snapchat. Inoltre, questi stessi contenuti, non sarebbero stati visibili nella sezione Esplora di Instagram. I contatti del WSJ hanno anche affermato che Mark Zuckerberg fece pressione su Evan Spiegel di Snap per “forzare” un’acquisizione ad un prezzo prestabilito o di trattare con Facebook la copia delle funzionalità di Snapchat. Tattica, peraltro, che secondo le fonti potrebbe essere stata usata contro Dennis Crowley di Foursquare. Inoltre, secondo il dossier Project Voldemort,  per consentire ad Instagram di bandire formalmente i collegamenti Snapchat, la piattaforma minacciò gli influencer di perdere il loro status verificato se avessero condiviso quei collegamenti. Qualunque cosa Facebook abbia fatto, potrebbe avere motivo di preoccuparsi per quanto potrebbe emergere dal dossier. Si ritiene che Facebook sia sotto controllo FTC per le sue mosse anticoncorrenziali, inclusa l’acquisizione di aspiranti rivali e l’uso della tecnologia Onavo per raccogliere dati di utilizzo di Snapchat. Tra questo e la vasta rassegna della concorrenza tecnologica del Dipartimento di Giustizia, Voldemort potrebbe fornire agli investigatori un comodo riassunto delle presunte malefatte del social. Un portavoce di Facebook ha difeso le pratiche dell’azienda, sostenendo che la decisione di “costruire e replicare” sulle caratteristiche dei rivali ha aiutato la concorrenza, e che la tecnologia Onavo era simile ad altri strumenti di ricerca di mercato. Tuttavia, i regolatori antitrust potrebbero non vedere le cose in questo modo, ed è del tutto possibile che la documentazione di Snap possa portare a nuove multe per  Facebook o addirittura revocare alcuni dei suoi acquisti passati.

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settembre 24, 2019

“Facebook ha comprato CTRL-labs, startup specializzata nel monitoraggio neurale”

Facebook ha comprato per una cifra non nota (presumibilmente variabile dai 500 milioni a 1 miliardo di dollari), CTRL-labs, una startup che si è fatta notare per la creazione di software che consente alle persone di controllare un avatar digitale usando solo il pensiero. Bloomberg riferisce che CTRL-labs esiste da quattro anni, ha sede a New York, vanta decine di dipendenti e negli ultimi anni ha ottenuto apporti di capitale da investitori grazie al venture capital. L’azienda ha realizzato un braccialetto che l’utente può indossare al polso e consente di monitorare l’attività neuronale, individuando attività che consentono di capire a cosa l’utente stia pensando, anche quando questo fisicamente rimane fermo. L’attività neuronale viene tradotta in movimenti su uno schermo digitale. La società di Zuckerberg potrebbe sfruttare il know-how di CTRL-labs in abbinamento a tecnologie di realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR), settori nei quali l’azienda è da tempo impegnata. Andrew Bosworth, vice-presidente della divisione che si occupa di AR e VR, ha annunciato l’acquisizione con un post sul social. La startup farà parte dei Facebook Reality Labs, i laboratori in precedenza noti come Oculus Research. Bosworth afferma che l’obiettivo è “promuovere questa tecnologia su larga scala” realizzando a breve dei prodotti per i consumatori. L’accessorio creato da CTRL-labs non legge la mente o elabora impulsi neurali ma individua impulsi elettrici da fibre muscolari in modo simile a quanto possibile con i sensori EMG (elettromiografia) e relativi bracciali che già da tempo consentono di controllare computer e smartphone collegati tramite Bluetooth con i soli gesti e con un ritardo appena percettibile. CTRL-lab spiega di avere compiuto progressi nel misurare le cellule del tessuto muscolare e in pratica, rispetto ad altre soluzioni, non è necessario muovere il braccio per muovere elementi sullo schermo: basta solo pensare di volerlo fare. Bosworth riferisce ancora che la prospettiva del progetto era la creazione di un bracciale che consentisse alle persone di controllare dispositivi come una naturale estensione del movimento: “Neuroni nel midollo spinale possono inviare segnali elettrici ai muscoli della mano per comunicare cosa muovere, fare click con un mouse o premere un pulsante. Il bracciale decodifica questi segnali traducendoli in segnali digitali che un dispositivo è in grado di interpretare, offrendo la possibilità di controllare la vostra vita digitale. Cattura le vostre intenzioni permettendo, ad esempio, di condividere una foto con un amico con dei movimenti impercettibili o semplicemente comprendendo che si vuole farlo”. Facebook da tempo è interessata a progetti che mirano alla “lettura del pensiero”. Ad agosto di quest’anno un team di ricercatori dell’Università della California di San Francisco (finanziati dal social) ha riferito di successi con un dispositivo in grado di tradurre in tempo reale i segnali elettrici cerebrali, ascoltando e rispondendo a domande, trascrivendo il tutto in diagrammi. Utilizzando dei segnali letti con elettrodi, gli autori della ricerca sono stati in grado di monitorare l’attività cerebrale di tre pazienti epilettici sottoposti ad alcuni test clinici, distinguendo i segnali associati all’ascolto dagli impulsi elettrici legati alle risposte verbale. Pochi giorni addietro, Facebook ha reso noto di avere trovato nuovi modi per sfruttare l’intelligenza artificiale e l’ultima novità si chiama Fashion++, un programma che consente ad una IA di diventare esperta di moda.

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giugno 25, 2019

“Facebook, dal 2016 le interazioni con le fake news sono dimezzate”

Sappiamo di dover risolvere problemi come l’hate speech e la disinformazione soprattutto nelle elezioni politiche, ma ci siamo impegnati con i fact checkers, nel controllo degli annunci pubblicitari elettorali e questo lavoro ha avuto un impatto. Dal 2016 le interazioni con le notizie false sono dimezzate e il 65% del linguaggio d’odio è stato rimosso rispetto al 24% di due anni fa. Abbiamo ancora del lavoro da fare, lanceremo nuovi strumenti”. Lo ha detto Sheryl Sandberg, numero due di Facebook, a Roma per inaugurare il laboratorio del social per le competenze digitali.

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maggio 24, 2019

“Facebook ha rimosso oltre 2 miliardi di profili falsi nel primo trimestre dell’anno”

Facebook riferisce di avere rimosso 2,19 miliardi di profili falsi nel primo trimestre del 2019. I numeri sono riportati nel terzo rapporto aziendale noto come Community Standards Enforcement Report. Stando a quanto riportato in questo rapporto, Facebook ha bannato 1.2 miliari di account fake nell’ultimo trimestre del 2018. I numeri sono più che raddoppiati nel trimestre successivo, riferendo che sono statti rimossi anche più di sette milioni di post con contenuti che incitano all’odio (i cosiddetti “hate speech”). Sia per quanto riguarda i profili, sia per il numero di post eliminati, si tratta di numeri da record per la storia del social. Guy Rosen, Vice President Integrity di Facebook, riferisce che secondo l’azienda il 5% di utenti attivi mensilmente lo fa con account fake. “La quantità di account per i quali prendiamo provvedimenti è cresciuta per via di attacchi automatizzati da parte di malintenzionati che cercano di creare grandi quantità di account contemporaneamente”. Nel report si evidenziano violazioni alle regole del social come su temi quali: nudità, sesso, bullismo, vessazioni, pedopornogrfafia, sfruttamento sessuale di minori, account falsi, discorsi di incitamento all’odio, vendita di prodotti, spam, propaganda terroristica, violenza e contenuti grafici inadatti. Secondo Rosen, ora Facebook è in grado di individuare in modo proattivo il 95% dei contenuti per i quali ritiene necessario intervenire per quanto riguarda sei delle aree prima indicate. La percentuale è del 65% per quanto riguarda post contenenti incitamento all’odio, in aumento del 24% rispetto allo scorso anno. Nel solo primo trimestre del 2019 Facebook ha rimosso un totale di 4 milioni di post con “hate speech”. Facebook ha compiuto negli ultimi periodi numerosi passi falsi. Lo scandalo Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg di tante, troppe problematiche collegate al social. Il CEO ha promesso più controlli e sicurezza ma c’è anche chi, come, Chris Hughes – la persona che aiutò Mark Zuckerberg a creare quello che poi è diventato il social network più grande al mondo – è convinto che il gruppo Facebook vada smantellato, perché diventato troppo potente e pericoloso.

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marzo 5, 2019

“Facebook, il numero di telefono non è solo per la sicurezza”

IL TWEET è molto chiaro: “Per anni Facebook ha sostenuto che aggiungere il proprio numero di telefono all’autenticazione a due fattori fosse solo per ragioni di sicurezza. Adesso quel numero può essere ricercato e non c’è modo di disabilitare la cosa”. Firmato Jeremy Burge, personaggio molto noto del web perché responsabile della piattaforma Emojipedia, punto di riferimento per l’universo delle emoji. Non di faccine parla però questa volta. Piuttosto, dell’ennesimo rischio per la riservatezza dei propri dati personali. In particolare, del numero di telefono.   Già lo scorso ottobre era venuto fuori che il social sfruttava i numeri degli utenti per scopi pubblicitari. Numeri che aveva ottenuto attraverso una pressione continua su di essi affinché li impostassero per procedere all’autenticazione a due fattori. La piattaforma aveva infine ammesso l’uso di questo tipo. Per esempio, un supermercato che raccogliesse numeri di telefono per il suo programma fedeltà ha la possibilità, qualora imposti campagne di questo tipo sul social di Mark Zuckerberg, di veicolare annunci pubblicitari al suo specifico pubblico incrociando i due database di numeri. Tutto molto semplice.   Adesso, secondo Burge e altri che hanno replicato alla sua denuncia – fra cui Zeynep Tufekci, sociologa, scrittrice, esperta di privacy dell’università della Carolina del Nord ed editorialista del NY Times – il numero di telefono può essere anche sfruttato per cercare un profilo. In un modo impossibile da disabilitare. “Non riesco più a mantenere privato il numero di telefono che ho fornito solo per ragioni di sicurezza a Facebook – ha twittato Tufekci – zero notifiche su questo fondamentale e rischioso cambiamento. Per anni ho consigliato ai dissidenti a rischio di usare l’autenticazione a due fattori su Facebook ma erano spaventati di farlo. Evidentemente a Facebook non interessa la loro sicurezza”.   Per fare ordine, la questione è la seguente. Semplice e problematica al contempo: mentre gli utenti possono certamente nascondere il proprio numero di telefono sul profilo, cioè non renderlo visibile agli amici, di fatto non è possibile eliminarlo del tutto all’interno delle funzionalità di ricerca. Chiunque, che abbia un profilo o meno, può dunque ricorrere al numero di telefono di cui eventualmente disponga per pescare il profilo giusto dallo sterminato database di oltre 2 miliardi di utenti del social blu. Facebook concede agli utenti la possibilità di far trovare il proprio profilo tramite il contatto telefonico di default a chiunque e, solo se si interviene nelle impostazioni della privacy, dagli amici degli amici o solo dagli amici. Per farlo occorre collegarsi a questa pagina e, appunto, stabilire chi possa individuarci attraverso il numero eventualmente fornito. Impossibile silenziare del tutto questa modalità di ricerca del proprio profilo.   Già, perché l’autenticazione a due fattori, procedura generalmente consigliata per proteggere meglio i propri profili digitali, non deve necessariamente passare dal numero telefonico. Il token o codice di verifica per aggiungere un passaggio di controllo prima di accedere al proprio account si può per esempio generare tramite applicazioni come Google Authenticator, Microsoft Authenticator, Duo Security, Authy, Last Pass e molte altre. Ovviamente è un po’ più complesso per la stragrande maggioranza degli utenti, che preferisce dunque ricorrere al classico codice inviato via sms sul proprio cellulare. Finendo col cedere un elemento in più a Menlo Park.   Un portavoce di Facebook, Jay Nancarrow, ha spiegato al sito TechCrunch che le impostazioni “non sono nulla di nuovo”. Aggiungendo che “si applicano a qualsiasi numero telefonico aggiunto al profilo e non riguardano specificamente alcuna funzionalità”. La pratica non sarebbe insomma legata alla faccenda dell’autenticazione a due fattori. Il che, se possibile, è anche peggio. Senza contare che, anche laddove il numero non fosse stato inserito per questioni di sicurezza, ci sono molti casi – ricorda proprio TechCrunch citando per esempio un’inchiesta del Telegraph di un paio di anni fa – di utenti che hanno visto associato e utilizzato il proprio numero, a prescindere dall’averlo mai inserito.

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febbraio 15, 2019

“Scandalo Cambridge Analytica, Facebook rischia negli Usa multa miliardaria”

Facebook rischia una multa miliardaria negli Usa per lo scandalo dell’ormai fallita Cambridge Analytica con la quale avrebbe condiviso i dati privati di 87 milioni di utenti e per altri casi di violazione della privacy. Lo scrive il Washington Post segnalando che il social media sta patteggiando con l’autorità statunitense Federal Trade Commission (Ftc) e che non è stato ancora trovato un accordo sull’entità della multa. L’intesa contemplerà anche cambiamenti obbligatori nel business della società di Mark Zuckerberg. La multa più grande mai inflitta fino ad ora dalla Ftc per violazione della privacy ha riguardato Google nel 2012, pari a 22,5 milioni di dollari.

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gennaio 16, 2019

“Europe, da FB stretta su spot elettorali – Internet e Social”

Facebook introdurrà regole più severe per l’inserzione di pubblicità politiche sul social nei Paesi in cui nel 2019 si terranno elezioni importanti. A Unione europea, India, Nigeria e Ucraina saranno estese le norme sugli spot elettorali che sono state messe a punto per evitare interferenze nel voto. Lo scrive sul suo sito l’agenzia Reuters che ha intervistato due manager della compagnia californiana.     A partire da oggi in Nigeria, dove il 16 febbraio si terranno le elezioni presidenziali, solo le persone che dimostrano di risiedere nel Paese potranno pubblicare inserzioni elettorali.     Stessa cosa da febbraio in Ucraina, che andrà alle urne il 31 marzo. In India, al voto in primavera, gli spot elettorali e i loro acquirenti saranno inseriti in un archivio online consultabile che sarà conservato per sette anni.     Anche in Ue, in vista del voto di maggio, saranno adottate misure volte a garantire la trasparenza e l’acquisto di spot da parte di persone ed enti legittimati a farlo.     Le nuove politiche di Facebook sono un effetto del Russiagate, cioè dell’inchiesta sulle presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca a fine 2016. L’inchiesta ha dimostrato l’esistenza di una fabbrica russa di troll che ha pubblicato spot elettorali su Facebook, Twitter e Google per orientale il voto americano.

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