“Le startup innovative sbattono contro il catasto”

“Ora dicono che per innovare ci vogliono cento metri quadri in più. Che senso ha?”. Peter Kruger è incavolato nero. Ha lavorato due anni per convincere Startupbootcamp, uno dei maggiori incubatori europei di aziende tecnologiche, a sbarcare in Italia. Ha ideato un programma dedicato alle startup del cibo, arruolato investitori come Barilla e Monini e accolto nella capitale le prime dieci imprese innovative, sei straniere, attrezzando un ufficio di 420 metri quadrati nel cuore della città. Solo che a dicembre, mentre il programma decollava, il ministero dello Sviluppo economico ci ha ripensato: per potersi accreditare come incubatore “certificato”, beneficiando dei vari incentivi fiscali e occupazionali garantiti dalla normativa, non bastano più 400 metri di spazio, ce ne vogliono cento di più. “Avevo assicurato gli investitori che in Italia le cose stavano cambiando – si sfoga Kruger – Ecco invece che le regole cambiano in corsa, senza averci neppure chiamato”.   Pensare che un tempio dell’innovazione come “Y Combinator”, l’incubatore della Silicon Valley dove hanno mosso i primi passi campioni come Dropbox e AirBnb, neppure offre alle startup un ufficio fisico. Le giovani imprese tecnologiche, dicono da quelle parti, hanno bisogno di altro: capitali, formazione, contatti, méntori. In Italia non rientrerebbero nella normativa. Per non parlare delle tante imprese, da Microsoft a Google, nate in minuscoli e umidicci garage, diventati poi parte della mitologia collettiva. “Non siamo la California – replicano dal ministero – qui uno spazio è importante”. Il rischio, altrimenti, è che si facciano “certificare”, accaparrandosi gli incentivi, soggetti che offrono solo fantomatiche consulenze. A scorrere la lista dei 36 incubatori italiani censiti da Infocamere qualche caso limite in effetti si nota. Come la cooperativa Inacqua di Piacenza, specializzata, recita il suo sito, nella “valorizzazione dell’acqua come fattore della relazione”. La legge sulle startup del 2012, spiega il Mise, già prevedeva una revisione periodica: “Ci siamo limitati a precisare meglio alcuni criteri per scoraggiare i furbetti”.   Due liste di requisiti, una sui servizi offerti (come il numero di startup incubate e gli investimenti ottenuti) e una sulla struttura (dalla connessione Internet alle convenzioni con le università). Ma in cui l’unico elemento vincolante sono quei 500 metri di spazio, che il ministero ha aumentato dopo un’indagine con le associazioni di categoria PniCube e Apsti. “Proprio l’ultima cosa che serve a un’azienda informatica”, dice esterrefatto Riccardo Roggeri, a capo dell’incubatore Innogrow di Milano, 400 metri quadri esatti. “Siamo piccolini – riconosce – ma ospitiamo 17 startup, con altre due in entrata”. Roggeri ammette di non sapere cosa fare. I benefici della certificazione per lui sono decisivi, gli permettono tra l’altro di investire nelle imprese con il crowdfunding. E trovare di punto in bianco una sede più grande a Milano è difficile. “Mi sembra una follia confezionata a uso e consumo delle grosse strutture”. Mentre secondo l’associazione degli incubatori universitari PniCube “tutto ciò che contribuisce ad incrementare la qualità del servizio alle startup innovative da parte degli incubatori va nella giusta direzione”.   Ma forse è proprio questo il punto debole della legge italiana a favore delle startup varata dal governo Monti, e appena aggiornata per rendere strutturali gli sgravi fiscali per chi investe. Che l’accesso agli incentivi, date le risorse limitate, è stato subordinato all’iscrizione di aziende e incubatori in un apposito registro, sulla base di requisiti fissati per legge. Criteri che di volta in volta sono risultati troppo stretti o troppo larghi, escludendo vere startup o beneficiando chi di innovativo ha ben poco. “All’estero si mettono in campo strumenti per tutti, lasciando che sia il mercato a selezionare i migliori”, conclude Kruger. “Una soluzione la troveremo. Male che vada andremo via”.

Questo articolo lo trovate su sito Repubblica

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