“Apple vs VirnetX, al momento la Mela non deve pagare il patent troll per 625 milioni di dollari”

Un giudice federale ha rigettato la sentenza di febbraio che obbligava Apple a pagare al patent troll VirnetX 625 milioni di dollari relativamente all’uso di presunti brevetti che riguardano la sicurezza nelle comunicazioni di FaceTime e iMessage. Il giudice distrettuale Robert Schroeder motivando la sua decisione ha stabilito che i giurati incaricati nel nuovo procedimento sono stati probabilmente confusi da riferimenti multipli a precedenti casi, facendo eccessivo affidamento a vecchie decisioni per la quantificazione dei danni. “I ripetuti riferimenti al precedente verdetto della giuria nel caso consolidato, ha determinato un procedimento iniquo” ha scritto Schroeder. “Siamo delusi” ha dichiarato Kendall Larsen, direttore generale di VirnetX; “stiamo valutando tutte le possibilità e seguiremo l’orientamento del tribunale cominciando a prepararci per i nuovi procedimenti”. VirnetX è una “entità non praticante” (un patent troll) che già in passato aveva causato problemi alla casa di Cupertino per brevetti sulla tecnologia VPN, quella al centro dei brevetti portati davanti alla corte. Il procedimento legale in questione risale al 2010. Allora Apple era stata accusata di avere violato proprietà intellettuali di VirnetX per la gestione sicura delle reti attraverso l’implementazione del protocollo VPN on demand di iOS. Successivamente Apple aveva già modificato il protocollo proprio in conseguenza del procedimento legale con VirnetX, ma le modifiche non sono state ritenute evidentemente sufficienti. La tecnologia VPN viene usata, come accennato, in FaceTime per iPad, iPhone e nei Mac, ma VirnetX ha intentato procedimenti simili per gli stessi brevetti VPN contro Cisco, Astra, NEC, Siemens, Microsoft. La società ha un portfolio di brevetti in USA e a livello internazionale nel campo dei DNS e delle comunicazioni network. VirnetX è tecnicamente definita una patent assertion entity (PAE), un’entità non praticante, società che basano la propria attività economica sulla registrazione generalizzata e indiscriminata del maggior numero possibile di brevetti pur senza avere alcun prodotto o servizio che li utilizza, né un interesse specifico a usarli se non quello di rivendicare la loro proprietà quando qualcuno, magari anche inconsapevolmente, realizza qualche cosa di simile. A quel punto scatta la richiesta delle relative royalties.

Questo articolo lo trovate su sito Macity

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